Uomo, Macchina e Intelligenza Artificiale: tre sistemi a confronto
- Luigi Ferri

- 7 dic 2025
- Tempo di lettura: 9 min
Aggiornamento: 8 dic 2025
Riflessioni di un formatore tecnico sul nostro ruolo in un mondo che cambia
In questi mesi mi è capitato di leggere diversi articoli sul ruolo che l'uomo avrà in un futuro prossimo, apparentemente governato da macchine e intelligenza artificiale.
In particolare, un articolo di Fausto Walter Turco mi ha colpito profondamente: parlava di studenti che non hanno paura dell'IA, ma hanno paura di diventare inutili.
Di seguito il link per chi fosse interessato a capire da dove è nata la mia riflessione: https://www.faustoturco.it/chi-entra-nel-mondo-del-lavoro/
Le loro domande risuonano ancora nella mia mente: "Studiando stiamo sprecando tempo e denaro? Come scegliere una facoltà quando non sappiamo nemmeno quali saranno i lavori del futuro?" E poi la domanda più difficile: "Se l'intelligenza artificiale sarà brava a fare la parte tecnica, cosa dobbiamo fare noi? Sviluppare empatia? Creatività?"
Ho deciso di prendermi del tempo per riflettere, cercando una possibile risposta. Non perché qualcuno me l'avesse chiesta, ma come formatore tecnico mi sono sentito quasi in dovere di darla.
Nel mio lavoro di consulente ho un approccio molto metodico alla soluzione dei problemi, ma nello stesso tempo sono affascinato dalla diversità umana di pensiero. Diversità che noto durante la formazione nelle scuole.
Due mondi completamente diversi: da una parte la razionalità e la certezza misurabile, apparentemente semplice; dall'altro una serie di variabili infinite.
Ho quindi deciso di fare ciò che ormai non ero più abituato a fare: ho preso carta e penna, e ho iniziato a scrivere.
La prima intuizione: chi fa cosa?
La mia prima riflessione è stata quasi istintiva: la macchina farà sempre meglio la macchina, mentre l'uomo dovrà imparare a creare e mantenere l'equilibrio tra le parti.
Ma questa risposta ha subito generato in me un'altra domanda: se la macchina sarà sempre più brava a fare la macchina, noi saremo sempre più bravi a fare gli uomini? E soprattutto, chi definisce gli standard e su quali basi?
Penso che gli standard dovrebbero essere legati a tutto ciò che è costruttivo, dando priorità a quei pensieri e azioni che contribuiscono a migliorare il mondo, non solo a farlo funzionare.
Prima ancora dei percorsi e delle mansioni, bisognerebbe ridefinire questi standard umani, prima ancora che professionali.
Non convinto di questa riflessione, ho pensato che mi avrebbe aiutato definire meglio i ruoli: uomo, macchina e intelligenza artificiale.
E ho iniziato dalla parte più semplice per me: la macchina.

Lezioni dalle macchine: il circuito chiuso
Permettetemi di usare il linguaggio del mio settore, quello meccanico, per spiegare un concetto che credo valga per tutti noi.
Le macchine a controllo numerico sono macchinari che seguono coordinate precise per creare particolari meccanici. L'operatore scrive i codici nella macchina seguendo un disegno, e la macchina esegue gli spostamenti: X20, la macchina si sposta di 20 millimetri; Y30, si sposta di 30 millimetri lungo un altro asse.
Ma il controllo numerico non è solo un semplice automatismo. È quello che in ambito tecnico viene chiamato un sistema a circuito chiuso: input, movimento, verifica.
Se dopo il primo spostamento la posizione è corretta, procedo. Non è solo movimento meccanico, perché la meccanica da sola non può garantire precisione e velocità elevate. Ha bisogno dell'elettronica per compensare gli errori meccanici, le variazioni di velocità, i cambi di direzione, le usure degli assi.
Ed è l'informatica che unisce e coordina queste due realtà in un sistema eccezionale.
Corpo e mente, potremmo dire. Ognuno con il suo spazio, per garantire la migliore affidabilità e precisione possibile. C'è addirittura la possibilità di dare la priorità a uno piuttosto che all'altro, ma il tutto perfettamente controllato, altrimenti comparirebbe un errore e la macchina si arresterebbe.
I controlli numerici più evoluti hanno anche un sistema chiamato look ahead – "guarda avanti". Leggono il codice in anticipo, prima che venga eseguito, in modo da prepararsi a eventuali cambi di direzione, accelerazioni e decelerazioni. Tutto questo permette di minimizzare le variabili di un processo, cercando di ottenere una stabilità ripetibile nel tempo.
In altre parole: questa è una delle varie cose che l'uomo, con l'aiuto della macchina, sta cercando di fare per avvicinarsi al raggiungimento di un prodotto perfetto, ma soprattutto sempre uguale. Nessuno di noi vorrebbe acquistare una camicia con bottoni di diametro differente, o vivere in una casa con piastrelle di angoli e misure diverse.
E immaginiamoci se queste variabilità ci fossero in settori che potrebbero mettere a repentaglio la nostra vita: aerospace, medicale, automotive.
La riduzione delle variabili all'interno dei vari processi ha permesso all'uomo di ottenere standard di vita migliori e obiettivi un tempo inimmaginabili.
Questa è la tecnica.
Qui le soft skills non bastano, e neanche la sola intelligenza artificiale.
Ci vuole metodo, tecnica, ricerca, orientamento al risultato. Un modo di pensare diverso! Anche se l'IA è molto tecnica e conosce molte più informazioni di noi, ci vuole qualcuno che le dia una direzione.
Quando perdiamo il controllo
Ma se gli standard di vita sono migliorati, ho la sensazione che alcune cose ci stiano sfuggendo di mano. Forse il nostro "controllo numerico" personale legge troppo avanti, senza effettuare verifiche?
In ambito meccanico, quando si verifica un problema durante la programmazione, si consulta il manuale cercando di capire il guasto, perché il costruttore ha previsto i possibili errori.
Ogni tanto mi sento come se avessi bisogno anch'io di un manuale consultabile nel momento del bisogno. Sarebbe fantastico o mi toglierei la bellezza della scoperta?
Poi ho pensato che in realtà c'è stata molta gente che ha scritto moltissime guide e manuali cercando possibili soluzioni a problemi quotidiani. Quindi, di manuali ce ne sono tantissimi. Credo che il problema più difficile non sia tanto trovare la soluzione, ma individuare il vero problema.
Quando lavoro con operatori o studenti che hanno un problema con la programmazione, mi capita spesso di sentirmi dire: "Non riesco a farlo funzionare, cosa sbaglio?" E io, prima ancora di guardare il codice, chiedo di dirmi cosa succede esattamente quando lanciano il programma, non cosa hanno provato a fare.
Perché se mi dici cosa hai provato a fare, mi racconti le tue ipotesi di soluzione. Se mi dici cosa succede realmente, mi dai i dati per capire quale potrebbe essere il problema vero.
A volte la risposta li stupisce: il problema che pensavano di avere non è quello reale. Pensavano fosse un errore di sintassi, invece è un'incomprensione di come funziona il sistema. O viceversa.
E questo mi ha fatto riflettere: noi cerchiamo soluzioni prima ancora di aver capito veramente cosa non funziona.
Torniamo ai giovani che temono di diventare inutili. Ma il problema è davvero "diventeremo inutili"? O forse il problema è che non sappiamo più cosa significa essere utili? O che abbiamo legato il nostro valore solo a ciò che produciamo?
Sono problemi diversi. E richiederebbero soluzioni completamente diverse.
Ma per capire qual è il nostro problema vero, dovremmo prima fermarci ad ascoltare cosa sta succedendo. Non cosa ci manca, non cosa dovremmo fare. Ma cosa sta accadendo, davvero.
Non sappiamo cosa abbiamo? Non capiamo il guasto? Non troviamo il nostro ruolo?
Siamo una meravigliosa, bellissima quanto pericolosa variabile all'interno di un processo. Dobbiamo forse imparare dalle macchine? O dobbiamo ricordarci che le macchine le abbiamo create noi?
I lavori e le mansioni vengono talmente tanto frammentati che facciamo fatica a capire il processo completo. Che direzione stiamo prendendo? Il prodotto, ricordiamocelo, è la conseguenza naturale di un processo ben eseguito.
Demonizziamo le macchine che abbiamo voluto noi, ma non ci impegniamo a capire il loro funzionamento. Il telefono è una macchina, ma non ne capiamo realmente il funzionamento. Sappiamo utilizzarlo per fare una chiamata, ma non sappiamo con quale "magia" in tempo reale il nostro volto viene mostrato sul telefono del nostro amico.
Il nostro sistema attuale sembra quasi che stia viaggiando come i primi controlli a "nastri perforati": puro automatismo meccanico, niente controllo elettronico, solo azione automatica, nessuna verifica immediata del posizionamento.
Viviamo dominati da tempi che non sono i nostri, con obiettivi che non sono i nostri.
E quando premiamo il pulsante dell'emergenza, spesso è troppo tardi.
Input (desiderio, necessità, pensiero), poi azione, poi verifica.
Corpo e mente fanno poco senza cuore.
Come possiamo capire meglio noi stessi o, per meglio dire, il funzionamento della nostra macchina?
L'arrivo dell'intelligenza artificiale
E poi, in tutto questo, arriva l'intelligenza artificiale che scompiglia ulteriormente equilibri già precari.
Una fonte di conoscenza? Una macchina perfetta? Un genio che fa miracoli?
Mi piace pensare che sia una macchina evoluta che, se utilizzata bene, può aiutarci a elaborare sempre meglio i nostri dati. Può dare ai tecnici la possibilità di progredire, creando macchinari sempre più sofisticati per migliorare il benessere umano. Oppure può essere utilizzata per consultare la libreria infinita dei manuali scritti dai nostri predecessori, e aiutarci a creare il nostro manuale di uso e manutenzione personale per capire meglio il nostro funzionamento.
Ma prima di capire l'intelligenza artificiale, forse dobbiamo cercare di capire come funzioniamo noi stessi.
Ho scritto questo testo, e mi sembra strano dirlo, come si faceva una volta: con carta e penna. Rileggendolo, facendo trascorrere qualche giorno per sedimentare i pensieri, cercando di capire da dove era nato il mio pensiero originale e come si stava trasformando. E forse è proprio questo il tempo che davvero manca.
L'IA ci aiuta a elaborare un nostro pensiero. I testi che leggiamo sui social, o gli input che abbiamo, sono talmente tanti che, seppur belli, facciamo fatica a farli sedimentare in noi. Mi sono quindi chiesto: in che modo possiamo aiutare un ragazzo a far sedimentare in lui dei pensieri che possano aiutarlo a crescere, ma soprattutto a far crescere la società (che in teoria dovrebbe essere il prodotto comune per tutti)?
Questo incubatore di idee, di riflessioni e di germoglio di pensieri in realtà esiste già.
Ed è la scuola! Ma la scuola non va vista, a mio parere, come prodotto, ma come parte del processo.
Oggi, però, come ho già detto nelle varie mansioni, il processo viene talmente tanto frammentato che si fa davvero fatica a capire quale sia il vero prodotto.
La mancanza del feedback
Cosa fa l'IA in più? Può aiutarci a fornire un feedback in tempo reale.
Immaginiamo il sistema scuola: quante volte al ragazzo viene restituito un solo voto e non una correzione del singolo errore, sapendo solo superficialmente dove è il suo errore?
Ma se ci pensiamo bene, la nostra crescita migliore è data dagli errori. "O vinco, o imparo!"
La utilizziamo in questo modo? Possiamo implementarla nella nostra quotidianità come assistente per migliorare noi stessi?
Se solo ci mettessimo a leggere i ragionamenti che fa quando effettuiamo una richiesta, potrebbe aiutarci a capire come orientare meglio la nostra futura richiesta, o evitare di arrabbiarci se non risponde come noi ci aspettiamo.
Questo ci potrebbe aiutare a essere più descrittivi anche quando ci si confronta con i colleghi, evitando le diverse incomprensioni.
Certo, questo necessita una vera consapevolezza e messa in discussione di se stessi. Ma abbiamo tempo di farlo? Vogliamo davvero farlo?
Inoltre, la consapevolezza è misurabile o è soggettiva come il buon senso?
Ricordiamoci che tutto parte dall'input.
Utilizzarla come sistema di apprendimento che può aiutarci a estendere un nostro pensiero, a fare chiarezza. Non deve sostituire il nostro pensiero. È comunque impostata da qualche essere umano, o sbaglio? (Ma questo è un altro discorso e non vorrei uscire troppo dal tema.)
Tre sistemi, un equilibrio
Uomo, macchina, intelligenza artificiale: tre sistemi diversi o tre sistemi uniti?
Noi siamo gli autori. Mi piace pensare che possiamo decidere cosa essere in ogni momento. Possiamo essere corpo, mente e cuore in un fantastico equilibrio dinamico che ci permette di vivere la nostra vita in piena serenità.
Ma se un giorno fossimo obbligati a sceglierne uno solo, spero di riuscire a essere cuore, perché è lui che dà la direzione.
Ed è il più forte dei tre. Pochi lo sanno, ma il cuore emette impulsi elettromagnetici 5000 volte superiori a quelli della mente. Come l'ho scoperto? Chiedendolo all'IA con il PC.
Essere cuore che punta una direzione, farsi aiutare dalla mente per calibrare le proprie scelte immaginando possibili traguardi e ricordandosi gli errori passati, ed essere sostenuti dal corpo per rendere possibile tutto questo. Input, azione, verifica!
Come trattiamo la nostra "macchina"? Che spazio diamo a questi tre elementi?
Anche le soft skills, se ci pensiamo bene, sono tecniche. L'empatia si può migliorare, la curiosità si può allenare, non per forza con l'intelligenza artificiale ma con la consapevolezza di se stessi.
Il nostro corpo in ogni istante rilascia un sacco di sensazioni, a livello neurologico, a livello muscolare, ma siamo abituati ad ascoltarle solo a livello superficiale. Potremmo iniziare a capirci un po' di più.
Ma per capirci, dobbiamo iniziare a dare importanza ai vari input che vogliamo seguire.
Il tempo che dedico a capire me stesso mi fa rendere conto di quanto sia, in fondo, semplice la parte tecnica.
Seguire schemi prestabiliti è rassicurante. Ma allo stesso tempo, più utilizzo la tecnica per capire il mio funzionamento, più mi aiuto a essere consapevole.
I due opposti, macchina e uomo hanno tratti più simili di quanto sembri.
Ma al cuor non si comanda.
Bisogna provare a cambiare il concetto dell'ascolto di se stessi.
Non "cosa ho voglia di fare", ma "cosa ho bisogno di fare".
Non cosa mi va di mangiare, ma cosa ho bisogno di mangiare.
Che mondo consegniamo?
Non ho una risposta definitiva, e credo che sia davvero difficile averla.
Ma forse il vero viaggio è quello di trovare la risposta stessa.
Mi sono dilungato molto, anche se ho sintetizzato moltissime parti.
Ho cercato di portare il lettore attraverso il mio pensiero, dall'input iniziale dell'articolo di Walter alla mia trasformazione. Spero che questo articolo possa fornire a qualcun altro ulteriori input. Magari tra qualche tempo qualcuno elaborerà il mio articolo e abbozzerà una possibile risposta. L'importante è non frammentare il processo e ricordarsi da dove è partito il primo input.
Torno alla domanda iniziale: che mondo consegniamo a chi viene dopo di noi?
Credo che il primo passo sia smettere di vedere uomo, macchina e intelligenza artificiale come entità separate o in competizione.
Sono sistemi che possono collaborare, se impariamo a comprenderli e a governarli.
La macchina ci ha insegnato l'importanza del circuito chiuso: input, azione, verifica. L'intelligenza artificiale ci offre uno strumento straordinario per elaborare informazioni e ampliare le nostre capacità.
Ma siamo noi, con il nostro corpo, la nostra mente, il nostro cuore a dover decidere la direzione.
E forse la vera domanda non è "diventeremo inutili?", ma "stiamo usando bene i nostri strumenti? Stiamo ascoltando gli input giusti? Stiamo verificando dove stiamo andando?"
Perché alla fine, il prodotto è la conseguenza naturale di un processo ben eseguito.
E il processo siamo noi a deciderlo.
Luigi Ferri

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